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Ma Schubert resta il mio preferito

Sono nata a Roma l’11 maggio 1976 da Giovanni e Giovanna, in ritardo di 20 giorni ma giusto in tempo per festeggiare il compleanno di mamma proprio con la mia nascita. Destinata a essere Toro in ogni caso, con l’ascendente in Leone invece per un pelo, allora non sapevo che dodici anni più tardi avrei stretto tra le braccia un fratello strepitoso dal nome biondo come il miele, e certo non immaginavo che mi sarei trovata presto preda di così tanti innamoramenti che oggi mi ci perdo a ricordarli. Ma ci provo.
A riguardarmi indietro, la musica mi è da sempre stata regina, col suo bel corteo d’interessi artistici al seguito. D’altrocanto ho sempre avuto il pallino per gli sport: di palle, palline e palloni su uno sfondo inarrivato d’imprese atletiche di mare e di montagne. Dall’adolescenza ad oggi, poi, è stata una cotta continua per i viaggi, meglio se lunghi, lontani, solitari, e a corredo lo scrivere, in modo spontaneo però, di impressioni, testimonianze, ritratti. Da questo incrociare storie e percorsi è sorto il desiderio di incoccare sull’arco messaggi capaci di portare luce e bellezza il più ovunque possibile, cercando il fiore di incontaminate saggezze nel contatto con gli arcaici abitanti di questo pianeta. Per condividere ogni giorno i doni della vita con chiunque incontri ad ogni incrocio di via.
Per un lungo periodo mi sono dedicata anima e cuore alla musica, come pianista ondivaga tra classica e rock, come giovane musicologo scuffiata per la musica afroamericana prima e per Schubert poi, quindi a 24 anni mi sono ritrovata da un notaio per dare battesimo a una società di management e organizzazione di concerti allevata con Mrs. Albertina per un decennio. A ventinove un provino da conduttrice negli studi di Radio3 mi regala l’immediata sensazione che indossare le cuffie davanti al microfono, sì, quella cosa lì proprio mi piaceva. E nel frattempo tanto, tanto live: serate piccole, medie e grandi presentando musicisti d’ogni livello e genere, ogni settimana per 8 infaticabili anni a macinare musica in locali indie, austeri auditorium e chiese d’ogni ordine e grado, in jeans o in abito di taffetà io ero là, a farmi i muscoli in quello spazio intermedio tra pubblico e artisti. Intorno, tante schegge di un mosaico composito e in perenne movimento: le docenze universitarie, le avventure da talent scout in giro con tanto cuore e pochi spicci in tasca, i fiumi d’inchiostro versati su quotidiani, riviste, pieghevoli d’ogni possibile formato. Poi dieci anni fa la folgorazione per la crescita personale e spirituale mi strappa via da un cammino apparentemente accomodato, per scapigliarmi in ambiti inattesi, invertendo le mura verso drastici cambi di rotta, sotto lo sguardo basito di chi s’era abituato a conoscermi ben acconcia così com’ero. Da allora un’insaziabile curiosità mi conduce a incontrare guide, maestri, insegnanti d’ogni etnia e lignaggio, apparsi lungo un cammino non programmato, sbattendo ad ogni angolo d’Italia a zig-zag. Prima di sconfinare a Est. Il “la” d’un approccio integralmente nuovo al concetto di formazione sorse spontaneo proprio sulla linea di sconfinamento tra Occidente e Oriente: una nuova fonte d’ispirazione sgorgò proprio dal mio lavoro sulla voce, conducendomi ad approfondire nuovi metodi di approccio all’ascolto e all’espressione, svincolata dal solito giusto, dal solito bello. Fu così che mi sono imbattuta in tre donne speciali che, senza dirlo a parole, mi indicarono la strada che mi avrebbe ispirato a far “suonare la voce” della gente anche solo parlando: Elisa Turlà, Elisa Benassi, quindi Mary Setrakian. Sempre più pronta a scrutare il sottofondo dell’iceberg per guardare negli occhi quell’85% sommerso di potenziale che tutti noi serbiamo qui dentro, cercavo intanto la mia strada sulla terraferma frequentando PNL, Linguaggio del corpo, Mnemotecniche, Superlearning e gli insoddisfacenti accademismi del classico Public Speaking. Ciò che ben presto scopro coinvolgermi completamente è l’esperienza tangibile dell’impalpabile Qi, altresì detto Kundalini oppure Prana, o semplicemente energia, accarezzata con guru indiani, taoisti e zen; e soprattutto nel viaggio di sola andata con la meditazione. Con Prashantam assaggio quel nettare di guarigione custodito con semplicità in noi, imparando a osservare la mente e a sentire il corpo in ogni parte e nel suo tutto, come ad ascoltare il suono di ogni solista nell’insieme dell’orchestra. Così, lo studio del Divine Healing mi fa salpare definitivamente oltre le mie colonne d’Ercole, verso il mio nuovo mondo di oggi. La conoscenza del medico ayurvedico Giovanni Brincivalli prima e del Dottor Naram poi, l’ascolto biologico di Maria Gabriella Bardelli e le costellazioni di Anna Ornella Libutti, la pratica del Nei Qi Gong con Costantino Valente e dello Yantra Yoga oggi, l’incontro con Amma in India e il Dalai Lama, con gli aborigeni in Australia e gli Aghora nepalesi, le indicazioni di stelle da Zoran, Eliana Battistel e Manuela Simeoni, il tocco di Patricia Martina, Magda Arama e Liliana Silvi, le esperienze a contatto con lo sciamanesimo peruviano e brasiliano, la visione olistica del sentiero Munay di Chris Di Meo…sono tra i miei grazie individuali che hanno fatto il resto.
Fiorita la ricerca sul benessere psicofisico nutrito attraverso il cibo, cresciuta la consapevolezza nel movimento del corpo, di molto per questo sono riconoscente a Devi (Francesca Cillo) e alla mia wellness trainer Graziella Minardi. Dal 2010, intanto, matura il frutto immaturo dell’equilibrio interiore, al sole degli insegnamenti antichi e tibetani di Namkhai Norbu, e beneficiato anche dell’incontro con Rishi (Italo Cillo) in tempi recenti. Continuano a sbocciare i miei viaggi-missione We Are One, per raccogliere ogni anno un contributo qui da lasciare lì dove c’è più bisogno, e Lo Spettacolo della Vita, per congiungere musica, immagini e raccontare storie di meraviglia girando l’Italia con il pianoforte.
Ho anche pianto e riso tanto per molti mercoledì sera a Teatro Azione, ho imparato a rimettermi in gioco con la voce ancora e ancora per mano di un artista del doppiaggio come Eugenio Marinelli. E intanto, piano piano, i pezzi hanno iniziato a comporsi in un disegno mio. Sono tornata a trovare i luoghi che avevo salutato, vivificandoli con esperienze tanto sfaccettate, raccolte lungo la strada del ritorno. E così eccomi qui, come sono ora: con i miei corsi sulla voce, il linguaggio e la comunicazione, in cui la musica trascolora attraversando i suoi umori disparati, plasmandosi sulla vita per farsi colonna sonora di uno speech dove il respiro è al servizio delle emozioni e la meditazione è la via per rimanere nello spazio sacro del contatto tra sorgente e mare, tra oratore e pubblico. Niente conta veramente, le scarpe coi tacchi, il palco prestigioso, le bollette da pagare, l’amica in terza fila. Non c’è paura, il vuoto di memoria non esiste, non ci sono altri pensieri nel momento della trasmissione se non esserci, con un messaggio meditato nel cuore da fare arrivare. Niente conta veramente né io, tantomeno: c’è solo la gratitudine di essere ascoltata.
E così, eccomi di nuovo qui, in fondo ogni volta che vado ritorno. Ed ad ogni ritorno, tutto acquista un senso più ampio: la musica, il viaggio, il contributo hanno forgiato una nuova prospettiva su ciò che posso donare nei miei incontri in questa parte di mondo. Il suono, la parola altruistica, l’osservazione interiore proteggono un campo di non giudizio per la scoperta di una nuova identità espressiva di ogni partecipante. E poi c’è la musica, che è sempre stata con me. Mi sono voltata di nuovo verso casa e l’ho ritrovata lì dov’era, con indosso ora una rigogliosa doppia natura, artistica e formativa. Autentica colonna sonora portante della mia vita.
In questo periodo ascolto molto Mango e Damien Jurado…ma Schubert resta sempre il mio preferito.

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