In un istante…la speranza

A quasi una settimana di distanza, ripenso alle 19:00 in punto di lunedì 16 luglio, su un qualche chilometro d’autostrada all’altezza di Pesaro. Guardando un altro video che avevo girato, ripenso al terrore puro, in un istante sulla A14. Quella grandine mai vista che si è abbattuta su di me e su centinaia di altre auto, sfondando i parabrezza, i finestrini, persino i tettucci. Le carrozzerie un colabrodo.

Un istante, così all’improvviso, prima pioggerellina, poi acqua, poi la tempesta. Quell’istante in cui può cambiare tutto.

Solo se ti ci trovi puoi comprendere cosa la natura può fare: ci maneggia con le sue grandi mani come palline di pongo. Di noi può fare ciò che vuole e a noi non resta che affidarci alla sua benevolenza.

Lunedì 16 luglio ho raccontato mentre ancora ero in strada, a caldo, di come ho pregato, perché non c’era altro da fare. Razionalmente sapevo che mica rischiavo la pelle, ma in quei momenti la paura era semplicemente tanta e ovunque. Con le auto che si accalcavano accatastandosi, quasi a cercare protezione l’una con l’altra. Alcune retrocedevano contromano, alla ricerca di un po’ di cemento sopra la testa, sotto il primo cavalcavia a portata di vista.

E così, ricordate? Sono rimasta anche io per mezz’ora buona nella galleria. Poi sono scesa dalla macchina e ho chiesto agli altri automobilisti notizie sul meteo, su cosa ci aspettava ancora lì fuori, su come stessero. Incrocio gli sguardi persi di tanti e le lacrime di qualcuno. Nessuna notizia su internet, nessuna indicazione per noi su cosa fare. Ci siamo ritrovati sotto i tunnel chiedendoci se andare o no, abbandonati a noi stessi e alle nostre macchine sfasciate, all’istinto personale che decide tutto in pochi attimi. Restare o andare, aspettare o fidarsi e vedere oltre la galleria.

A un certo punto il primo della fila è andato, gli altri come me dietro. Visibilità zero e solo mantra e rosari sussurrati, sperando di non risentire più l’aprirsi di una cascata come di pietre sulla testa. Sapevo che al mio parabrezza mancava poco così per cedere.

Il primo autogrill è arrivato a mezz’ora almeno di strada. Raggiunto sentendo ogni istante di vita scorrermi dentro, e continuando a invocare il cielo a squarciagola.

Tutto ha trovato quiete un’ora più tardi, sorseggiando acqua calda nell’area di servizio Montefeltro Est. I benzinai, stralunati quasi come noi, mi raccontano di non aver mai visto niente di simile da vent’anni a questa parte, da quando cioè hanno iniziato a lavorare lì. Quindi il pensiero alla macchina, non mia e non assicurata contro gli eventi atmosferici: da rifare la carrozzeria e il parabrezza.

Passato qualche giorno, continuo a cercare notizie su internet su quello che è capitato a me e a centinaia, direi migliaia, di altre persone. Si è scritto sui giornali della grandine devastante a Pesaro, dei danni in città e nei campi, o ai capannoni industriali. Ma di quell’inferno in autostrada nessuna traccia: la sensazione amara di non esistere, di non aver vissuto quello che hai vissuto. Insomma, se i media non sono lì a raccontare con te, è come se nulla fosse accaduto.

Poi un raggio di sole che ha dell’incredibile: inciampo sulle colonne de Il Resto del Carlino, e leggo l’intenzione del Sindaco di Pesaro Matteo Ricci di richiedere lo stato di calamità e di emergenza al Governo, per risarcire chi non era tutelato da copertura assicurativa.

E così io, come chissà quanti, invio una mail all’indirizzo pubblicato sul giornale all’Assessore Luca Bartolucci (l.bartolucci@comune.pesaro.pu.it) segnalando il danno subito. Immediata quanti insperata la sua risposta, in cui mi spiega che non sarà facile ottenere il risarcimento ma certo, il senso di questo mio raccontare ancora questa storia sulle pagine del mio blog è per condividere la gratitudine che ho provato nel sentire le istituzioni vicine, in un momento in cui ti senti sensibile. A prescindere di come andrà la faccenda del risarcimento, il risarcimento morale è già compiuto da questo impegno pubblico, da quelle righe ricevute nella casella elettronica, di tanti cittadini come me.

A tempesta finita, ripenso spesso a quel panico di pochi giorni fa: e se sul momento mi sono detta che anni di corsi di crescita personale, di pratiche zen e di meditazione, anni di esperienze volte ad acquisire maggiore saggezza, anni di scuola e di alta formazione, anni spesi a essere educata e a educare…sono andati a farsi benedire, ora mi dico che no: forse tutto questo bagaglio mi ha indicato proprio l’unica via. Quel pregare, a cuorehttp://www.ilmondodiabha.it/wp-content/uploads/2018/07/img_7247.mov aperto, testa sulla terra della vita, una preghiera tutta tua, che nessuno ti ha insegnato ma che senti vera e necessaria. Quello sperare che un’Italia davvero vicina ai cittadini si possa realizzare, come hanno mostrato il Sindaco Ricci e l’Assessore Bartolucci.

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